Intervista a Simonetta Ottone – DanzaMovimentoTerapeuta

Se penso a Simonetta Ottone penso alla sua associazione DanzArte e al Teatro Danza, una forma teatrale molto aperta alle contaminazioni tra testo, musica, voce, parola e movimento, in cui gesto e testo si uniscono. Però intavolare una discussione con lei non è solo parlare di tutto questo, ma è entrare in un’ottica di impegno civile e artistico uniti tra loro.
Danzatrice e DanzaMovimentoTerapeuta, Socia e Presidente APID (Associazione Professionale Italiana Danzamovimentoterapia). Fondatrice di Associazione Compagnia DanzArte, impegnata sul territorio nazionale, attualmente con base a Livorno nel duplice progetto indipendente CENTRO STUDI MOVIMENTO E ARTITERAPIE e CASA JULKA. Blogger di POLITICA FEMMINILE, Rete – Blog Nazionale e autrice del saggio Danzare il Simbolo. DanzaMovimentoTerapia nel mondo tossicomane e del romanzo Disancorati, entrambi per Edizioni Creativa (2011 e 2018).
Potete trovare altre informazioni su di lei nel suo blog: https://www.simonettaottone.it/, la sua associazione DanzArte ha una pagina FaceBook: https://www.facebook.com/Associazione-Compagnia-DanzArte-794604227334436/ e la pagina di APID è: http://www.apid.it/

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Ciao Simonetta. Nella mia famiglia ho avuto a che fare solo con donne toste. Il tipo di donne che non rendono facile la vita (mia madre, per dire, era un caterpillar), ma che creano qualcosa di interessante perché sognano, e perseguono con energia i loro sogni. Dovendo intervistare la mia prima donna, quindi, sono andato a cercarmene una tosta. E creativa.
Ci siamo conosciuti per avere collaborato con un amico comune che era (ed è ancora) Alessandro Arrabito, attore e autore teatrale. Poi ci siamo persi di vista per un po’ di anni (evitiamo di dire quanti) e ti ho ritrovata casualmente alle prese con un romanzo che è Disancorati, di cui magari dopo parleremo. Potresti riassumere quello che hai combinato in questo tempo e cos’è adesso DanzArte?

Simonetta Ottone DanzArte, dal 1997 quando è nata, è diventato il mio progetto permanente di studio, diffusione e applicazione del mio modo di vivere il mondo attraverso la Danza.
DanzArte è il contenuto e il contenitore, è tuttora un’ipotesi, ove la danza rappresenta il punto da cui partire, il viaggio, e l’approdo stesso.
In questi 20 anni di vita e lavoro è stato così possibile studiare e modellare la danza, al mondo che la circondava, la contaminava, spesso “sporcandola”. E’ successo così di lasciarsi permeare da più piani e molteplici linguaggi espressivi, ognuno con la propria specifica urgenza, e farli entrare l’uno nel punto di vista dell’altro in un’azione non contrapposta, ma naturalmente circolare, laddove vita e arte si abbeverano alle stesse sorgenti. Dopotutto è vero, che la natura partorisce solo forme tonde.

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Ho letto che il Teatro Danza è nato dalle esperienze tedesche degli anni ’70 del Tanz Theater di Pina Bausch. Sono stati anni esplosivi per l’Italia e il mondo intero sia dal punto di vista artistico che sociale e politico. Anzi se me lo chiedi gli anni ’70 mi sembrano l’apice di un processo poco progettuale e molto creativo di una società che poi è scivolata, nel decennio successivo, nel lento assopimento del “riflusso” (che, sia detto tra noi, ancora non ha finito di rifluire e sembra non trovare nessuna ideologia a cui ancorarsi). In questo senso un “fuoco originario” che ha saltato ed ignorato la storia successiva ha una sua valenza oppure è, semplicemente, antistorico?

Simonetta Ottone Il TeatroDanza neoespressionista tedesco arriva dopo la ribellione alla danza classica ad opera della danza moderna; una ribellione operata principalmente da donne che liberarono sé stesse attraverso il corpo che danza. In contrapposizione alla tortura delle punte, che imprigionano il corpo verso l’alto, in una forma eterea, sottile, irrealmente distaccata da ogni pulsazione terrena, loro affermarono il diritto a danzare non più con corpi asessuati, ma con corpi di donna.
I corpi non addomesticabili di queste danzatrici straordinarie si presentarono al mondo a piedi scalzi, cercando il contatto con la terra, alla ricerca di elementi della natura, in un movimento pulsante e vibrante, contratto in spasmi orgasmici, o rilassato, con pochi veli.
La Danza Moderna fu il primo e unico campo dell’arte pensato, creato e gestito esclusivamente da donne.
Il TeatroDanza tedesco arriva dopo tutto questo, e dopo una seconda guerra mondiale che andava imponendo alla Germania un non più discutibile dominio culturale e commerciale da parte degli Stati Uniti. Pina Bausch, insieme ai registi Fassbinder, Herzog e Wenders, resistette a questo dominio attraverso la sua arte, ricollegandosi al movimento culturale, l’espressionismo, nato in Germania come lei. Questi importanti artisti riaffermavano così il diritto a divergere dal pensiero statunitense, solare e “positivo” soprattutto per fini di consumo e di successo.
Credo che gli anni ’70 tedeschi siano stati diversi da ciò che è avvenuto negli altri paesi: il ’68 tedesco è riuscito a realizzare l’ideale del rispetto al pluralismo, ha concretamente sostenuto l’arte e l’educazione all’arte.
Nonostante, o forse a causa dell’umiliazione del post dopoguerra, di essere una paese diviso in due, con due sistemi socio – politici ed economici contrapposti, gli ideali di pari opportunità, emancipazione individuale e democrazia partecipativa sono penetrati a fondo nella società tedesca occidentale.
Pina Bausch nasce in questa realtà e si sviluppa grazie alla fiducia che il suo paese ripone per una visione moderna dell’arte, anche e soprattutto se avviene in una insignificante cittadina della Ruhr come Wuppertal.

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Casa Julka è un bel progetto. Un luogo che si occupa di processi creativi focalizzati sull’arte e la cultura delle donne. Cosa risponderesti a chi ti chiede se non è un modo di ghettizzare l’arte e la cultura delle donne riservando a loro contenitori propri?

Simonetta Ottone Siamo abituati a pensare che declinare il mondo al maschile, sia un modo per rivolgersi all’universale. Ho pensato che un luogo che parte dalla cultura e dall’arte delle donne, dal mondo visto e percepito con i loro occhi e con la loro pelle, sia un modo per rovesciare un’abitudine strutturata ossessivamente fin dai primi livelli di alfabetizzazione in ogni campo dello scibile umano.
Se il maschile viene ritenuto per sua natura “universale”, appartenente e identificabile precisamente per tutti, credo che anche il femminile sia l’ora che venga affermato e condiviso come parte di ognuno di noi.
La cultura, l’arte, la storia delle donne, non è una cosa per donne. Casa Julka nasce per affermare l’opposto. E’ solo l’ottica che è diversa, e in quanto tale ha diritto di asilo nella quotidianità di tutti.

Solo la politica delle donne, la politica del desiderio, quella parte del femminismo che si è evoluta in coscienza di genere, può dire qualcosa di nuovo nell’assetto delle società e in ciò che le società riconosceranno come “sviluppo”, reale, equo e sostenibile.

Sto leggendo un saggio di Harari che è uno storico israeliano che parla dell’evoluzione dell’homo sapiens. Dalla preistoria fino ai giorni nostri. Un saggio un po’ lunghetto che però dedica un capitolo proprio ai rapporti tra uomini e donne e alla loro evoluzione nel corso dei millenni. Tutto prende il via da differenze biologiche, ma su queste sono state costruite delle intere società e religioni in cui la donna era sottomessa (e in diverse parti del mondo lo è ancora). Secondo Simonetta come sono andate le cose?

Simonetta Ottone Il tema che poni è davvero immenso.
Dalle scimmie antropomorfe, agli ominidi, a ciò che è stata l’evoluzione dell’essere umano, e a differenza di nostri parenti stretti come i bonobo e gli scimpanzé, la femmina e il maschio umani mostrano un marcato dimorfismo sessuale. Ciò fa pensare gli studiosi che fin dalla notte dei tempi i due sessi e i loro corpi si siano fortemente differenziati per dimensioni, peso, qualità muscolari, proprio per far fronte a compiti diversi che dovevano affrontare. L’essere umano si differenzia dai suoi antenati per essere un animale fortemente culturale.

I bonobo usano il sesso per mitigare le tensioni nel gruppo: sono bisessuali, fortemente erotici e straordinariamente pacifici. Le femmine tengono le redini del gruppo, e promuovono affettività e sensualità per decomprimere i conflitti. Sono una delle poche specie che, al pari dell’essere umano, fanno sesso non solo per riprodursi ma per esprimere piacere e affettività.

La cultura, ovvero la strumentalizzazione di differenze fisiche a scopo di prevaricazione attraverso la forza e l’aggressività, è ciò che credo sia alla base del comportamento distorto e patologico che l’essere umano ha usato per definire, normare e gestire il maschile e il femminile. Caratteristiche sviluppatesi in natura, hanno reso perversa la percezione della natura stessa e questa perversione è stata la base su cui si è andata delineando in modo sempre più articolato la cultura.

I monoteismi hanno posto l’accento e legittimato una misoginìa “doverosa” per “volere divino” e costruito le impalcature per un dominio indiscusso del patriarcato.
Nei monoteismi, Dio è sempre Uomo.
Così la donna è diventata a fasi alterne l’incarnazione del male, del peccato, della sporcizia, della menzogna, e “l’invidia del pene” è stata la teoria del rovesciamento di un’antica, irrisolvibile paura e invidia per la capacità più grande e divina dell’essere umano: la procreazione, di cui la donna è la protagonista indiscussa.

La scienza, “traguardo” di recente acquisizione, non ha fatto altro che integrare in sé l’immaginario precedente alla sua nascita, quello cui diceva di opporsi in nome dell’ “oggettività”, ma in realtà è stato un ulteriore e particolarmente agguerrito terreno per affermare in modi sempre nuovi il controllo sul corpo delle donne.

La violenza di genere è quindi così radicata nella cultura umana, da essere per noi stesse difficilmente riconoscibile e arginabile, poiché nasce da un’educazione che non è altro che la trasmissione di modelli astratti, oggettivamente portatori di conflitto.

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La sparizione delle donne. Le vediamo camminare per strada, respirare, fare l’amore con noi, ma poi sui libri spariscono. Non ci sono più, come se non ci fossero mai state. Julka Schuctht per te ne è un po’ il simbolo. Moglie di Antonio Gramsci, è sparita dai libri di storia, anche dalle lettere di suo marito che pure sono state raccolte e pubblicate nel 1947 sotto la supervisione di Togliatti, cancellando un’intera vita ai fini di un progetto politico, quello di Togliatti che aveva bisogno di un martire, a cui però non serviva la figura della moglie. Era assolutamente vero prima. Oggi non è cambiato nulla?

“Le lettere delle donne si perdono, non fanno storia anche se hanno intrecciato e subordinato la propria esistenza a quella di un protagonista”.

Adele Cambria

Simonetta Ottone Nessun odore, colore, atteggiamento e fisionomia ha la storia degli uomini.
Le donne non ci sono mai state nei libri che tuttora studiamo: non ci sono in quelli di storia, di letteratura, di scienza, di arte, non ci sono. Il passato non contiene quasi mai vite di donne, ed il futuro non le può contemplare. Forse le donne non pensano, devono produrre amore incondizionato al servizio dei progetti degli uomini. Spetta loro “l’attesa” del compimento di un mondo pensato da e per il maschile, che spesso non comprende amore.
JULKA SCHUCHT, moglie di Antonio Gramsci, è stata volutamente cancellata dalla nostra vita e da quella del grande protagonista: la storiografia italiana non l’ha considerata significativa. Non importa quale sia stato il suo contributo alla causa del protagonista.
JULKA è una storia emblematica della dignità e del significato che vengono date alla vita ed all’operato delle donne nella storia dell’umanità.
JULKA è semplicemente una delle tantissime donne ignote, cadute e sacrificate in nome di una storia che non hanno scritto e dalla quale sono state cancellate.
Tantissimi nomi femminili, pazienti e taciuti. Tantissimi figli, cresciuti da donne, sequestrati dagli Stati come ostaggi.

Disancorati è uno spettacolo teatrale che è diventato romanzo, un bel romanzo in cui racconti, attraverso due narratrici, delle esperienze in una comunità di recupero dalla tossicodipendenza. A cosa può servire in questo la danza?

Simonetta Ottone La Danza ha la capacità di alimentare un legame con la Vita e contrapporsi al quel progetto di morte che è la tossicodipendenza.
Danzando, ci apparteniamo di più e ci innamoriamo di più della vita che rimane in noi, nonostante tutto.
Ecco perché la disciplina della DanzaMovimentoTerapia viene indicata con un termine che unisce tre parole, inscindibili tra loro.

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È un argomento che abbiamo già affrontato, ma lo stato del terzo settore (anche per motivi personali) mi interessa in modo particolare. Puoi parlare della tua esperienza rieducativa e di quella amministrativa e burocratica?

Simonetta Ottone Negli ultimi dieci anni il terzo settore è stato massacrato con tagli impensabili prima. Si è così colpito direttamente la vita di persone che avevano già poca voce: chi ha malattie croniche, diversabilità, disagi, diversità.

Negli ultimissimi anni si è fatto qualcosa per porre riparo, ma di fatto il settore del sociale è in mano a realtà che operano in subappalti dei subappalti, alla mercé dell’ultimo venuto con più potere o capacità di attirare fondi. La qualità è un valore desueto e la condizione di chi ci lavora è al limite del ricatto.

La cultura è parimenti un comparto che si affama per l’incapacità delle istituzioni di favorire un processo di accesso ai finanziamenti europei da parte di operatori e imprese cultuali.

Sembra che l’intento del paese Italia sia quello di cancellare la domanda di cultura (al di là di consumi di turismo culturale), proprio per non curarne l’offerta, e la differenziazione in più settori. Siamo nell’infelice epoca del mainstream dei grandi numeri.

Nel nostro incontro mi hai detto che la prigione della donna è la bellezza come adulazione che sancisce una scala di valori relativa all’immagine. Alla donna è stato lasciato il compito di avere un’immagine levando tutto il resto. Il super io femminile è rigidamente legato a dei canoni di piacevolezza come una forma di adulazione sociale. Insomma le donne hanno tanti nemici anche nel loro campo, figuriamoci in quello avverso! Alcuni sono risibilmente ignoranti, altri sono più potenti intellettualmente. Ci si è messo pure Hegel che nella Fenomenologia dello spirito, argomentava sull’inferiorità della donna. Lasciando perdere queste sciocchezze direi che la trappola di cui abbiamo parlato, la bellezza, è stata largamente accettata dalle donne stesse.

Tanto per farti arrabbiare ti ho citato l’episodio di Virginia Castiglione, cugina di Cavour e considerata la Venere dell’epoca. Aveva 19 anni quando ha divorziato dal marito e sedotto l’imperatore Napoleone III, contribuendo a spostare il corso della nostra storia durante le guerre d’indipendenza. In questo caso la sua bellezza fisica è stata un valore?

Simonetta Ottone La bellezza richiesta alla donna è un modo per compiacerne il lato frivolo e narcisistico, alimentando e giustificando il desiderio e la pretesa di dominio sessuale che l’uomo vuole “legittimamente” esercitare su lei.

Per levarle tutti i poteri, le viene lasciato quello più debole e colpevolizzabile della seduzione.

Quindi no, non credo che poteri deboli possano davvero cambiare il corso della storia. A volte le ricostruzioni storiche tramandano vecchie rappresentazioni, per assicurarsi la credibilità.

Su una cosa siamo sicuramente d’accordo, la bellezza (nell’arte) come forma di salvezza. Mi è piaciuto molto il topos che hai usato per Disancorati: Se la Bellezza potesse…
Vorrei farti chiudere con una parola di ottimismo, perché, secondo me, la bellezza può, ma non abbiamo ancora capito come usarla. Io almeno non l’ho capito, e tu?

Simonetta Ottone Non, non l’ho capito, ogni giorno mi faccio questa domanda: sono un’inguaribile ottimista.

Ringrazio Simonetta Ottone che si è sottoposta a questa intervista e vorrei chiudere ricordando il suo romanzo Disancorati. A me è piaciuto molto per la qualità (ripeto, invidiabile) della scrittura e lo consiglio sicuramente. Penso che ci sia anche una bella attitudine personale a scrivere e quindi aspetterò il tuo prossimo romanzo che sarà … ?

Simonetta Ottone Ho in mente di scrivere alcune cose, ma non so se saranno romanzi e soprattutto non so quando avranno voglia di nascere!

Nicola Pera – 18 maggio 2018

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